Da conigli medievali all'intelligenza artificiale: come un problema del 1202 governa il futuro della tecnologia



Luigi Ricci - 24 novembre 2025

Qualche giorno fa, analizzando le curve di ascolto settimanali di un programma televisivo, ho notato qualcosa di curioso. I picchi di audience seguivano una progressione familiare: 1.2, 1.9, 3.1 milioni di spettatori. Non esattamente Fibonacci, ma vicino: ogni numero sembrava la somma approssimata dei due precedenti.

Poi la serie si è fermata. Non è arrivata a 5.0 come avrebbe dovuto. Si è bloccata a 3.5 e ha iniziato a oscillare.

Ieri, guardando il calendario, 23 novembre, il Fibonacci Day, ho capito perché quella sequenza mi aveva colpito. E ho capito anche perché si era interrotta: aveva raggiunto il tetto strutturale del suo bacino di pubblico. La matematica armonica funziona finché il sistema ha spazio per espandersi. Quando i vincoli diventano troppo stretti, anche Fibonacci si arrende.

Un gioco di cifre, il Fibonacci Day: nella notazione anglosassone 11/23 richiama i primi quattro numeri della sequenza 1, 1, 2, 3. Ma quella coincidenza mi ha fatto riflettere su quanto spesso incontro quella progressione nei dati. Negli ascolti che crescono viralmente prima di saturare. Negli algoritmi di raccomandazione che cercano pattern di crescita. Nelle reti neurali che uso per prevedere i trend.

Fibonacci è ovunque, ma non perché sia un codice occulto o la chiave del creato. È qualcosa di più elegante: è una regola semplice che genera ordine quando i sistemi cercano equilibrio tra crescita e stabilità. E quando quell’equilibrio non è più possibile, la sequenza si spezza.

Un ordine che ritroviamo nei petali dei fiori, nelle spirali delle galassie, nell’architettura delle reti neurali e, sorprendentemente, nel comportamento dei computer quantistici che stanno per cambiare il modo in cui elaboriamo informazione.

La storia inizia molto prima del 23 novembre. Inizia in una Firenze mercantile, all’alba del XIII secolo.

Firenze, 1202 – Il problema dei conigli

Quando Leonardo Fibonacci pubblica il Liber Abaci, ha in mente obiettivi pratici: insegnare ai mercanti europei il sistema numerico indo-arabico, facilitare i calcoli commerciali, spiegare cambi di valute e conversioni di misure. Tra questi esercizi utilitaristici, quasi come una distrazione intellettuale, infila un problema apparentemente innocuo:

Quante coppie di conigli avremo dopo un anno, se ogni coppia genera una nuova coppia ogni mese a partire dal secondo mese?

La risposta produce una sequenza che oggi anche i non matematici riconoscono:

1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34…

Una somma che si ripete all’infinito. Una regola banale, ogni numero è la somma dei due precedenti, eppure capace di produrre una crescita sorprendentemente armonica.

Nessuno, nel 1202, poteva immaginare che quel giochino sui conigli avrebbe descritto l’organizzazione dei petali, il comportamento di particelle subatomiche esotiche o l’architettura di algoritmi di machine learning otto secoli dopo. Eppure eccoci qui.

La natura e l’efficienza: perché Fibonacci piace al mondo vivente

Col tempo, qualcosa di strano inizia a emergere. Gli scienziati cominciano a vedere quella sequenza in luoghi del tutto insospettabili.

Le foglie su un ramo, per esempio, crescono seguendo angoli specifici. Spesso l’angolo è di 137,5°, quello che chiamiamo “angolo aureo”. Non è un vezzo della natura: con quell’angolo ogni foglia riceve la massima quantità di luce possibile senza fare ombra alle altre. È geometria al servizio della sopravvivenza.

I semi dei girasoli si dispongono in spirali incrociate che rispettano, con una frequenza statistica impressionante, i rapporti della sequenza: 34/55, 55/89, 89/144. Non sempre, certo. Ma abbastanza spesso da far pensare che la natura non stia “imitando” Fibonacci, ma convergendo naturalmente verso quella soluzione.

Anche il DNA, in alcune sue misurazioni strutturali, presenta proporzioni vicine al rapporto aureo. Gli scienziati discutono ancora se sia un fenomeno significativo o solo un’ottimizzazione casuale emersa dall’evoluzione, ma la corrispondenza continua a incuriosire.

La verità è al tempo stesso più semplice e più elegante: la natura sceglie ciò che funziona meglio. E la sequenza di Fibonacci, in molti contesti, è semplicemente una soluzione efficiente a problemi ricorrenti di crescita, distribuzione dello spazio ed economia energetica.

Non serve cercare un disegno intelligente. Basta riconoscere che sistemi diversi, posti di fronte a vincoli simili, convergono verso soluzioni simili. È una grammatica dell’efficienza scritta nelle leggi della fisica e della biologia.

Arte, armonia, proporzione: quando il Rinascimento incontra la matematica divina

Ma Fibonacci non resta confinato nei laboratori di botanica o nelle equazioni dei fisici. C’è un altro livello, meno tecnico e più culturale, dove quella sequenza diventa linguaggio estetico.

Nel Rinascimento europeo la proporzione aurea, il rapporto matematico che emerge dalla sequenza di Fibonacci, diventa quasi un’ossessione intellettuale. Luca Pacioli, frate francescano e matematico, la chiama “divina proporzione” nel suo trattato del 1509. Leonardo da Vinci la usa per dare ordine armonico alle sue composizioni. Non è superstizione: è la convinzione che esista un ponte tra matematica, bellezza e ordine cosmico.

Questa intuizione attraversa i secoli. Nel 1974 Roger Penrose, fisico e matematico britannico, costruisce tassellature geometriche straordinarie: non si ripetono mai nello stesso modo, eppure mantengono un ordine profondo basato su rapporti aurei. Sembrano caotiche a prima vista, ma seguono una logica interna rigorosa. Penrose dimostra che l’ordine non richiede necessariamente periodicità. Può esistere un’armonia quasi-periodica, imprevedibile eppure coerente.

Ancora una volta: la matematica come linguaggio dell’armonia. Un filo rosso che collega la Firenze di Fibonacci, la Milano di Pacioli, l’Inghilterra di Penrose e, come vedremo, i laboratori di fisica quantistica contemporanei.

Fibonacci nei computer quantistici: quando i qubit respirano seguendo una sequenza medievale

Ed eccoci al presente. Qui la storia prende una piega che sembra fantascienza, e che invece è fisica sperimentale verificata.

Nel 2022 un gruppo di ricercatori guidati da Philipp Dumitrescu al Flatiron Institute fa una scoperta che lascia perplessa la comunità scientifica: applicando impulsi laser a un processore quantistico secondo la sequenza di Fibonacci, la coerenza dei qubit, ovvero la loro capacità di mantenere uno stato quantistico stabile, non solo aumenta, ma si comporta come se il sistema esistesse in due dimensioni temporali simultaneamente.

Fermiamoci un attimo. È un’affermazione che suona assurda, lo so. Ma è esattamente quello che succede dal punto di vista matematico. Proviamo a tradurlo.

I qubit sono gli elementi base dei computer quantistici, ma sono estremamente fragili: il minimo disturbo li fa “collassare” perdendo l’informazione. È come cercare di mantenere in equilibrio una pila di piatti su un tavolo che vibra continuamente. La sfida della computazione quantistica è tutta qui: come tenere i qubit stabili abbastanza a lungo da farci calcoli utili?

Le soluzioni tradizionali cercano di “isolare” i qubit dalle perturbazioni esterne. L’approccio Fibonacci fa l’opposto: crea una struttura quasi-periodica di impulsi che confonde letteralmente il sistema. Gli errori, che normalmente si propagherebbero in modo caotico, non riescono più a “sincronizzarsi” perché la sequenza non ha una periodicità semplice da seguire. È come cercare di rompere un vetro gridando alla frequenza giusta: se la frequenza continua a cambiare secondo Fibonacci, il vetro non rompe mai.

Il risultato? I qubit rimangono coerenti fino a cinque volte più a lungo rispetto ai metodi convenzionali. Cinque volte. Non un miglioramento marginale: un salto quantico (scusate il gioco di parole).

E c’è dell’altro. La quasi-periodicità della sequenza crea quello che i fisici chiamano “simmetria temporale nascosta”, una sorta di ordine che esiste a un livello più profondo della semplice ripetizione. È come se il sistema, pur evolvendo nel tempo normale, obbedisse simultaneamente a una logica temporale più complessa. Da qui l’idea delle “due dimensioni temporali”: non è che il tempo si divide, è che la matematica del sistema si comporta come se ci fossero due assi temporali indipendenti che si intrecciano.

Non è l’unica traccia di Fibonacci nel mondo quantistico. Alcuni fisici teorici studiano gli anyon di Fibonacci, quasiparticelle il cui comportamento matematico segue esattamente le regole della sequenza. Quando due anyon di Fibonacci si fondono, possono produrre un altro anyon di Fibonacci o tornare allo stato vuoto, proprio come ogni numero della sequenza è somma dei due precedenti. Queste particelle esotiche potrebbero diventare la base di computer quantistici topologici, immuni ai tipi di errori che affliggono i sistemi attuali.

Dal problema dei conigli del 1202 a un sistema che simula due dimensioni temporali nel 2022. Otto secoli di distanza, eppure la stessa matematica elegante a fare da ponte.

Fibonacci e intelligenza artificiale: quando l’armonia accelera l’apprendimento

La sequenza compare anche nel mondo delle reti neurali artificiali, e anche qui con risultati sorprendenti. Ma prima di parlare di come Fibonacci migliora gli algoritmi, vale la pena fermarsi su un paradosso che conosco bene dal mio lavoro quotidiano con i dati.

La viralità segue Fibonacci, ma gli algoritmi che la cercano no.

Quando un contenuto diventa virale, che sia un video TikTok, un post X, o un programma TV che improvvisamente decolla, la crescita dell’audience tende a seguire pattern quasi-fibonacci. Non esattamente, ovvio, ma quella progressione accelerata dove ogni step è alimentato dai due precedenti. Il pubblico di oggi porta quello di domani, che a sua volta porta quello di dopodomani. È crescita ricorsiva allo stato puro.

Eppure, la maggior parte degli algoritmi di raccomandazione sono costruiti su logiche lineari o esponenziali semplici. Ottimizzano per engagement immediato, non per quella crescita armonica che caratterizza i fenomeni davvero duraturi. Risultato? Amplificano contenuti che esplodono velocemente ma collassano altrettanto in fretta, invece di favorire quelli che crescono in modo più organico ma sostenibile.

È come se stessimo usando la matematica sbagliata per intercettare un pattern naturale. E qualcuno se n’è accorto.

Alcuni ricercatori hanno sperimentato l’inizializzazione dei pesi delle reti neurali seguendo proporzioni di Fibonacci. In diversi casi, queste reti convergono più rapidamente verso soluzioni ottimali durante l’addestramento. Non sempre, non in tutti i contesti, ma abbastanza spesso da suggerire che ci sia qualcosa di strutturalmente vantaggioso in quella progressione.

Alcuni algoritmi di visione artificiale hanno migliorato stabilità e precisione utilizzando pattern ispirati alla spirale aurea nell’elaborazione delle immagini. Una rete neurale chiamata “FibonacciNet”, sperimentata su immagini di risonanze magnetiche, ha mostrato performance superiori nella classificazione di tumori cerebrali rispetto ad architetture tradizionali, un miglioramento del 12% in accuratezza, che in diagnostica medica può significare centinaia di vite salvate.

C’è anche un altro aspetto, più sottile. Le reti neurali addestrate con strutture Fibonacci tendono a essere più “interpretabili”, cioè è più facile capire perché hanno preso una certa decisione. Non è un dettaglio da poco: uno dei grandi problemi dell’AI contemporanea è proprio l’opacità, il fatto che spesso non sappiamo cosa succede dentro la black box. Un’architettura che incorpora ordine armonico fin dalla struttura iniziale produce decisioni più tracciabili.

Ancora una volta: non è magia. È ordine che favorisce l’apprendimento. In sistemi molto complessi, dove l’addestramento può facilmente perdersi in minimi locali o oscillazioni instabili, una struttura iniziale armonica può guidare il processo verso soluzioni più stabili, efficienti e comprensibili.

La rete neurale che impara più velocemente grazie a Fibonacci sta facendo, a suo modo, quello che fa il girasole: sta trovando la disposizione più efficiente per risolvere il suo problema specifico. E proprio come il girasole non “sa” di seguire Fibonacci, la rete non “sa” di usare una sequenza medievale. Semplicemente converge verso quella soluzione perché funziona.

Perché Fibonacci riappare? Perché i sistemi complessi cercano ordine e risparmio

A questo punto la domanda sorge spontanea: ma perché? Perché la stessa sequenza compare in contesti così diversi, dalla botanica alla fisica quantistica, dall’arte rinascimentale all’intelligenza artificiale?

Non serve invocare un disegno nascosto o una Matrix matematica che governa l’universo. La spiegazione più convincente è molto più terra terra: molti sistemi, biologici, fisici, computazionali, si trovano a dover risolvere problemi simili:

·        minimizzare il consumo di energia

·        ottimizzare la distribuzione nello spazio

·        stabilizzare strutture dinamiche

·        ridurre errori e perdite

La sequenza di Fibonacci è semplicemente una delle soluzioni naturali che emergono quando si affrontano questi vincoli. Il mondo non “segue” Fibonacci in modo mistico. Converge verso quelle forme perché, in molti casi, sono semplicemente le più efficienti.

È come chiedersi perché le ruote sono circolari in culture diverse che non hanno mai avuto contatti. Non perché esista un archetipo platonico della ruota, ma perché il cerchio è la forma che rotola meglio. Punto.

Fibonacci è una grammatica dell’efficienza universale.

Una lettura più profonda: la ricorsione come struttura del reale

C’è però un aspetto più sottile che merita attenzione. Non è solo una questione di numeri che “funzionano bene”. C’è qualcosa di più profondo nella struttura stessa della sequenza.

Ogni numero di Fibonacci nasce dall’unione dei due che lo precedono. È una definizione ricorsiva: il presente emerge dal dialogo continuo con il passato immediato. Non c’è salto, non c’è creazione dal nulla. Ogni elemento nuovo porta con sé la memoria di ciò che lo ha generato.

Questa struttura, la ripetizione che si costruisce su sé stessa, è il modo in cui funzionano moltissime cose:

La memoria umana, che costruisce i ricordi nuovi ancorandoli a quelli esistenti. L’evoluzione biologica, dove ogni forma di vita emerge dalla modifica di forme precedenti. Le culture umane, dove ogni innovazione è sempre un dialogo con la tradizione. Le reti neurali artificiali, che apprendono aggiustando connessioni esistenti. Perfino la coscienza, secondo alcuni filosofi e neuroscienziati, emerge da processi ricorsivi di auto-riferimento.

Il nuovo non nasce dal nulla: nasce dal dialogo continuo con ciò che lo ha preceduto.

Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano morto nei campi nazisti pochi giorni prima della liberazione, scrisse una frase che sembra cucita su misura per questa riflessione:

“Ciò che è divino non sta oltre il mondo, ma nel profondo del suo divenire.”

Non serve cercare un ordine trascendente imposto dall’esterno. L’ordine emerge dal processo stesso, dalla dinamica interna delle cose che crescono, si organizzano, convergono verso forme stabili. La “divinità” della proporzione aurea, per dirla con Pacioli, non sta in una perfezione platonica remota, ma nell’immanenza del processo stesso.

Fibonacci non è un codice segreto lasciato da un demiurgo. È la traccia visibile di come funzionano i sistemi complessi quando cercano stabilità ed efficienza.

Conclusione – Il codice che ritorna, sempre

Forse il fascino persistente della sequenza di Fibonacci sta proprio in questa umiltà radicale.

Non è un mistero esoterico. Non è la chiave del creato. Non è una formula magica nascosta nei Vangeli o nelle piramidi. È qualcosa di molto più bello e molto più vero: è una regola semplice che genera ordine.

Un modello che la natura utilizza spesso perché funziona. Una forma matematica che l’arte rinascimentale ha trasformato in canone estetico. Un ritmo che oggi aiuta i qubit a non collassare sotto il peso della decoerenza e le reti neurali a imparare più velocemente da montagne di dati.

Dai conigli immaginari di un mercante pisano del XIII secolo alle spirali reali delle galassie, dai petali dei girasoli ai computer quantistici che stanno nascendo nei laboratori di mezzo mondo, Fibonacci è ovunque. Non perché sia misterioso, ma perché è economico, armonico, quasi inevitabile quando si cerca l’equilibrio tra crescita e stabilità.

E forse è proprio questa inevitabilità, questa convergenza spontanea verso le stesse soluzioni eleganti, che continua ad affascinarci, otto secoli dopo che un matematico fiorentino si è inventato un problema sui conigli.

Qualche giorno fa, chiudendo il file delle curve di ascolto, ho guardato di nuovo quei numeri: 1.2, 1.9, 3.1, poi 3.5 e il plateau. La sequenza si era spezzata esattamente dove finiva lo spazio disponibile. Non era Fibonacci perfetto, ovvio. Il mondo reale è sempre più disordinato della matematica, sempre più vincolato. Ma il pattern c’era stato, finché aveva potuto esserci. Quella tendenza dei sistemi complessi a convergere verso forme armoniche quando cercano equilibrio, e a fermarsi quando i vincoli diventano troppo stretti.

Il 23 novembre finisce. Il Fibonacci Day si chiude. Ma la sequenza continua, imperterrita, a tessere la sua trama silenziosa nel tessuto del mondo, nelle spirali delle galassie che non vedremo mai, nei petali che sbocciano nei giardini, nei qubit che tremolano nei laboratori di fisica, negli algoritmi che in questo momento stanno imparando a riconoscere volti, tumori, pattern nascosti. E negli ascolti televisivi che crescono armonicamente, finché possono.

1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34…

E avanti, sempre avanti. Ogni numero porta con sé la memoria dei due che lo hanno generato. Ogni presente emerge dal dialogo con il passato. Ogni forma nuova converge verso soluzioni che funzionano.

Otto secoli dopo il Liber Abaci, quella sequenza continua a raccontarci qualcosa di fondamentale: l’ordine non va imposto dall’esterno. Emerge dal processo stesso, dall’interazione continua tra vincoli e possibilità, tra caso e necessità, tra caos e armonia.

Forse è questo che Fibonacci ci insegna davvero: il mondo cerca bellezza perché la bellezza è efficiente.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo. Se hai osservazioni, scrivimi. Sono sempre curioso di scoprire dove altri hanno incontrato Fibonacci nei loro ambiti, nei dati, negli algoritmi, nelle cose che crescono.

ABSTRACT

The Fibonacci Code – From Medieval Rabbits to Quantum Computers

A few days ago, analyzing TV audience data, I noticed something curious: viewership grew following a quasi-Fibonacci pattern: 1.2, 1.9, 3.1 million viewers. Then it stopped at 3.5, hitting the structural ceiling of its potential audience.

Yesterday was Fibonacci Day (11/23 → 1,1,2,3), and that coincidence made me reflect on how often I encounter this sequence in my daily work with data analytics, viral growth patterns, and neural networks.

But Fibonacci isn’t just in spreadsheets. It’s everywhere.

In 1202, Leonardo Fibonacci published a rabbit breeding problem that generated the sequence 1,1,2,3,5,8,13... A simple rule: each number is the sum of the two preceding ones. Yet this formula describes petal arrangements, leaf growth angles (137.5°, maximizing light exposure), and sunflower seed spirals.

The Renaissance called it “divine proportion.” Leonardo da Vinci used it for compositional harmony.

Today? In 2022, physicists discovered that modulating laser pulses according to Fibonacci keeps quantum computer qubits stable 5 times longer. The quasi-periodicity creates a “hidden temporal symmetry” that protects the system. Others study “Fibonacci anyons,” exotic particles that could revolutionize quantum computing.

In neural networks, initializing weights following Fibonacci accelerates convergence. A network called “FibonacciNet” improved brain tumor classification accuracy by 12%.

Here’s the paradox I see daily: virality grows in quasi-Fibonacci patterns (each audience brings the next, recursive growth), but algorithms are built with linear mathematics optimizing for immediate engagement. Result? They amplify content that explodes and collapses, rather than favoring organic, sustainable growth.

Why does Fibonacci reappear everywhere? No need for occult designs. The explanation is simpler: many systems—biological, physical, computational—must minimize energy, optimize space, stabilize structures. Fibonacci is one natural solution emerging from these constraints.

It’s not a mystery. It’s a universal grammar of efficiency.

From the 1202 rabbit problem to qubits “breathing” following that sequence in 2025. Eight centuries, same elegant mathematics.

The world doesn’t “follow” Fibonacci. It converges toward those forms because they work.

Perhaps this is what the sequence truly teaches us: the world seeks beauty because beauty is efficient.

 

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