I chip di NVIDIA e la Cina: quando i profitti valgono più della sicurezza nazionale


Di Luigi Ricci, 15 Novembre 2025

L'alibi del "tanto lo farebbero altri" e la fine della responsabilità morale nel capitalismo digitale

Esiste un momento preciso in cui la narrazione tecnologica rivela la sua natura fondamentalmente amorale: quando Jensen Huang, CEO di NVIDIA, preme per vendere alla Cina chip avanzati che potrebbero compromettere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, sacrificando l'interesse strategico sull'altare dei profitti trimestrali.

La risposta standard, quando gli fanno notare l'assurdità di questa posizione, è diventata un mantra: "Se non glieli vendiamo noi, li prenderanno da Huawei".

È l'argomento perfetto. Suona pragmatico, realista, quasi cinico nella sua lucidità. E soprattutto, assolve completamente chi lo pronuncia da qualsiasi responsabilità morale. Se il risultato è inevitabile, perché non guadagnarci almeno noi?

C'è solo un problema: è falso. Ed è anche pericoloso.

 

I chip non sono widget

I chip H100 e A100 di NVIDIA non sono commodities qualsiasi. Sono l'infrastruttura materiale dell'intelligenza artificiale, gli strumenti che permettono l'addestramento dei modelli più avanzati. Quelli che fanno la differenza tra un sistema di sorveglianza che riconosce volti in foto statiche e uno che traccia ogni singolo cittadino in tempo reale attraverso milioni di telecamere. Tra un'AI che gioca a scacchi e una che pilota droni militari autonomi. Tra un chatbot e un sistema di censura automatica che previene il dissenso prima ancora che si manifesti.

Vendere questa tecnologia alla Cina, un regime autoritario impegnato in una competizione sistemica con l'Occidente, non è "business as usual". È fornire al potenziale avversario le armi della prossima generazione di conflitti. È accelerare lo sviluppo di capacità che verranno usate contro interessi occidentali, contro dissidenti, contro minoranze etniche come gli uiguri.

Non è retorica allarmistica. Mentre scriviamo, il G7 in corso in Canada esprime "preoccupazione per l'espansione militare della Cina e il suo crescente arsenale nucleare". I governi occidentali stanno coordinando strategie di contenimento proprio mentre alcune delle loro aziende più strategiche premono per vendere a Pechino le tecnologie che alimenteranno quella stessa espansione militare. L'intelligenza artificiale non è più dominio civile: è infrastruttura militare, strumento di guerra ibrida, moltiplicatore di forza per sistemi d'arma autonomi.

Va detto che Jensen Huang, pur essendo nato a Taiwan, si definisce cinese, un'identità che aggiunge complessità alla questione ma non la risolve. Perché la domanda non è di lealtà etnica o culturale, ma di responsabilità verso la comunità politica in cui opera e da cui l'azienda trae la sua forza: gli Stati Uniti. NVIDIA non è un'azienda cinese. È un'azienda americana, quotata al Nasdaq, che ha beneficiato per decenni di ricerca pubblica americana, protezione legale americana, investimenti americani, e soprattutto dell'ecosistema tecnologico americano che l'ha resa possibile.

Ma per Huang e per molti suoi colleghi della Silicon Valley, questo è un "dettaglio". Conta solo che esiste un mercato da 1,4 miliardi di persone. La sicurezza nazionale è un "overhead", un costo da minimizzare. La geopolitica è un fastidio per i business plan.

 

L'inevitabilità come teologia

Dietro l'argomento "se non noi, Huawei" si nasconde qualcosa di più insidioso di semplice avidità: una vera e propria teologia dell'inevitabilità. Il messaggio implicito è che la diffusione della tecnologia è un processo inarrestabile, simile a una legge di natura. Opporsi è inutile, rallentarlo è dannoso solo per chi ci prova. L'unica strategia razionale è cavalcare l'onda, possibilmente stando davanti agli altri.

Questa teologia trova la sua forma più compiuta nel longtermismo, l'ideologia dominante tra i leader della Silicon Valley. In questa dottrina, ciò che conta davvero non è il benessere delle persone viventi oggi, ma quello delle innumerevoli generazioni future, potenzialmente trilioni di esseri umani o post-umani che popoleranno la galassia nei prossimi milioni di anni. In questa prospettiva, qualsiasi sacrificio del presente è giustificato se accelera il progresso tecnologico che permetterà questa espansione cosmica.

Applicato al caso NVIDIA-Cina, il longtermismo fornisce la giustificazione morale perfetta: rallentare lo sviluppo dell'AI per preoccupazioni geopolitiche presenti significa tradire le generazioni future. I trilioni di esseri che potrebbero popolare la galassia grazie all'AI valgono più delle preoccupazioni su cosa la Cina farà con i chip oggi. Ogni giorno di ritardo nell'accelerazione tecnologica è un giorno di progresso cosmico perduto per sempre.

Questa narrazione trasforma una scelta politica ed etica in un destino ineluttabile. Ma non è vero che la Cina otterrebbe comunque chip equivalenti agli H100 o A100 nel breve periodo.

La supremazia americana nei semiconduttori avanzati non è accidentale. È frutto di decenni di investimenti pubblici e privati, di un ecosistema complesso che include ricerca di base, competenze ingegneristiche, catene di fornitura sofisticate. E soprattutto l'accesso alle macchine litografiche EUV di ASML olandese, tecnologie che la Cina non possiede e che fatica disperatamente a replicare.

Quando gli Stati Uniti e i loro alleati impongono restrizioni coordinate sulle esportazioni di chip avanzati, non stanno facendo un gesto simbolico. Stanno effettivamente rallentando il programma di intelligenza artificiale cinese, costringendo Pechino a investire risorse enormi per colmare gap tecnologici che altrimenti potrebbe semplicemente comprare.

Le stime parlano di anni, forse decenni di ritardo accumulabile attraverso un regime di controlli efficace. Ma ammettere questo significherebbe riconoscere che esistono alternative alle logiche di mercato, che la politica può ancora plasmare la tecnologia, che le scelte individuali delle corporazioni hanno conseguenze collettive reali. E questo è esattamente ciò che il tecno-capitalismo non può accettare.

 

Il falso dilemma tra profitto americano e profitto cinese

L'argomento "se non noi, loro" costruisce un falso dilemma: o vendiamo noi chip avanzati alla Cina, o li venderà Huawei (o SMIC, o altri competitor cinesi). Ma questa formulazione occulta una terza possibilità: che la Cina non ottenga quella specifica tecnologia, almeno non in tempi brevi, e che questo ritardo abbia conseguenze strategiche significative.

Il vero confronto non è tra "NVIDIA vende" e "Huawei vende". È tra "la Cina accede a capacità computazionali di frontiera" e "la Cina deve accontentarsi di tecnologie inferiori per anni".

La differenza non è marginale. Nei sistemi di intelligenza artificiale, la potenza di calcolo è spesso il fattore limitante. Avere accesso a chip in grado di addestrare modelli con trilioni di parametri piuttosto che miliardi cambia radicalmente cosa puoi fare: dalla sorveglianza facciale in tempo reale su scala nazionale, allo sviluppo di armi autonome, all'analisi predittiva dei comportamenti sociali per prevenire dissidenza.

Quando Huang argomenta che "tanto se ne procureranno comunque", sta implicitamente sostenendo che non c'è differenza tra dare alla Cina i migliori strumenti disponibili oggi e costringerla a sviluppare alternative meno performanti domani. È come dire che, siccome un ladro potrebbe scassinare la porta, tanto vale lasciarla aperta.

Huawei non è NVIDIA: il mito della fungibilità tecnologica

C'è poi un problema più tecnico, ma non meno rilevante: i chip di Huawei non sono equivalenti a quelli di NVIDIA, e non lo saranno nel futuro prevedibile.

Gli acceleratori AI di NVIDIA dominano il mercato non solo per prestazioni brute, ma per l'intero ecosistema software costruito attorno: CUDA, le librerie ottimizzate, la compatibilità con tutti i framework di machine learning standard. Passare a chip cinesi non significa solo accettare prestazioni inferiori, ma riscrivere software, riqualificare ingegneri, perdere interoperabilità con la ricerca internazionale.

Le restrizioni occidentali sulle litografie EUV, le macchine che permettono di produrre chip con processi sotto i 7 nanometri, stanno effettivamente limitando la capacità cinese di competere nel segmento più avanzato. SMIC ha prodotto chip a 7nm, probabilmente con tecniche che aggirano alcune limitazioni, ma a costi economici e di efficienza energetica molto superiori. E soprattutto, senza poter accedere alle generazioni successive di macchinari, il gap è destinato ad ampliarsi, non a ridursi.

Quindi no, non è vero che "se non lo facciamo noi, lo faranno loro". Forse lo faranno, ma più tardi, peggio, e a costi enormi. E quel "più tardi" può fare la differenza tra un sistema di sorveglianza totale operativo nel 2025 e uno che diventa realtà nel 2030. Tra un arsenale di armi autonome dispiegato ora e uno che rimane nei laboratori per anni. Tra una capacità di repressione digitale immediata e una graduale.

 

La responsabilità differita all'infinito

C'è una dimensione ancora più insidiosa nell'argomento "se non noi, loro": la completa abdicazione alla responsabilità morale individuale.

Se davvero ogni attore che si sottrae a un commercio eticamente problematico viene semplicemente sostituito da un altro senza scrupoli, allora nessuno è mai responsabile di nulla. Ogni vendita d'armi, ogni tecnologia di sorveglianza, ogni strumento di repressione può essere giustificato con "se non lo facessi io, lo farebbe qualcun altro".

Il parallelo con il fentanyl è illuminante e devastante. I trafficanti cinesi che esportano precursori del fentanyl negli Stati Uniti potrebbero usare esattamente la stessa logica: "Se non lo vendiamo noi, lo venderà qualcun altro. La domanda c'è, il mercato esiste, tanto vale guadagnarci noi." Eppure, nessuno negli Stati Uniti accetterebbe questo ragionamento come giustificazione morale. Riconosciamo che chi fornisce consapevolmente i mezzi per una crisi di overdose che uccide decine di migliaia di americani ogni anno è moralmente responsabile, indipendentemente dal fatto che "qualcun altro lo farebbe comunque".

Ma quando Jensen Huang usa la stessa identica logica per vendere chip che alimenteranno sistemi di sorveglianza totalitaria e repressione di massa, improvvisamente diventa "realismo economico". La differenza? Il fentanyl uccide americani visibilmente, oggi. I chip di NVIDIA contribuiranno alla repressione di dissidenti cinesi, uiguri, tibetani e cristiani, lontano dagli occhi occidentali, in modi meno evidenti ma non meno reali.

Questa logica dissolve completamente il concetto stesso di responsabilità etica in economia. È il trionfo dell'homo oeconomicus puro, l'agente che massimizza profitto senza considerazioni morali perché "tanto il risultato sistemico non cambierebbe". Ma è un ragionamento che funziona solo se tutti lo adottano simultaneamente, una profezia auto-avverante che si realizza solo perché tutti decidono di crederci.

Se anche solo una parte significativa degli attori decidesse di non vendere tecnologie sensibili a regimi autoritari, l'impatto sarebbe reale e misurabile. Il mercato non è una forza di natura ineluttabile: è fatto di scelte umane, e le scelte umane possono cambiare.

E qui entra in gioco una prospettiva che il mercato da solo non può fornire. La tradizione morale cristiana, ma non solo, ha sempre affermato che la responsabilità individuale non è una funzione del risultato sistemico. Anche se la mia astensione non cambiasse l'esito finale, io sono responsabile delle mie scelte. Non posso delegare alla "mano invisibile" del mercato decisioni che hanno implicazioni morali evidenti.

Il fatto che altri siano disposti a vendere strumenti di repressione non mi assolve dal partecipare io stesso a quel commercio. Il principio della non cooperazione al male, articolato dalla tradizione morale cattolica ma riconosciuto anche da filosofie laiche, stabilisce che, anche quando non possiamo impedire un male, abbiamo il dovere di non parteciparvi attivamente. La disponibilità altrui al crimine non è licenza per il mio crimine.

 

La sovranità come responsabilità, non come vincolo

L'argomento "se non noi, Huawei" tradisce anche un fraintendimento profondo del concetto di sovranità nazionale. Per la Silicon Valley, le restrizioni governative alle esportazioni sono "distorsioni del mercato", interferenze illegittime nella libertà d'impresa.

Ma la sovranità non è un vincolo esterno all'economia, è la condizione stessa della sua possibilità. Il mercato non esiste in un vuoto politico. Esiste all'interno di un ordine giuridico che lo rende possibile, lo regola, lo protegge.

Quando gli Stati Uniti limitano l'export di tecnologie sensibili, non stanno violando il libero mercato, stanno esercitando quella funzione di tutela del bene comune che è la ragion d'essere dello Stato. Quando NVIDIA protesta contro i controlli all'export, sta essenzialmente rivendicando un diritto al profitto che supera il diritto della comunità politica a proteggere i propri interessi strategici.

Ma l'economia non può essere sovrana su sé stessa. Deve essere orientata e limitata da criteri che la trascendono: la giustizia, la solidarietà, la pace, il bene comune. Il fatto che altri siano disposti a violare questi principi non autorizza noi a farlo.

 

L'influenza come illusione

C'è poi la variante "raffinata" dell'argomento: vendendo tecnologia alla Cina, manteniamo canali di influenza, creiamo interdipendenza, promuoviamo gradualmente apertura e rispetto dei diritti. È la vecchia teoria dell'"engagement through trade" che ha dominato la politica occidentale verso Pechino per trent'anni.

La storia di questa teoria è una storia di fallimento sistematico. Le aziende occidentali che hanno venduto tecnologia alla Cina non hanno ottenuto influenza politica, l'hanno persa. Non hanno promosso liberalizzazione, hanno finanziato autoritarismo digitale.

Google, che pure ha tentato di resistere entrando in Cina con una versione censurata del suo motore di ricerca, è stata alla fine espulsa quando ha rifiutato di collaborare alla sorveglianza. Le aziende che sono rimaste l'hanno fatto solo accettando condizioni sempre più stringenti, trasferimenti tecnologici forzati, e completa subordinazione agli obiettivi strategici del Partito Comunista.

L'idea che NVIDIA, vendendo chip alla Cina, mantenga "influenza" è una fantasia. Pechino compra tecnologia occidentale solo finché le serve per colmare gap interni. Non appena sviluppa alternative domestiche, e ci sta lavorando con investimenti massicci, espelle le aziende straniere o le riduce a fornitori marginali. L'influenza è tutta dalla parte di chi controlla l'accesso al mercato cinese, non di chi vi vende.

 

Conclusione: l'alibi che non regge

"Se non glieli vendiamo noi, li prenderanno da Huawei" è l'ultimo rifugio di chi ha già deciso di non assumere responsabilità morali. È l'alibi perfetto perché coniuga cinismo (il mondo è così, non possiamo cambiarlo) e interesse personale (tanto vale guadagnarci noi) in una formula che suona come saggezza politica.

Ma è un alibi che non regge al minimo scrutinio:

  • Empiricamente falso: la Cina non ha ancora alternative equivalenti ai chip più avanzati
  • Moralmente inaccettabile: la disponibilità di altri a cooperare con il male non mi assolve dal cooperarvi io stesso
  • Strategicamente miope: ogni vendita accelera lo sviluppo di capacità indigene cinesi, rendendo le future restrizioni ancora meno efficaci
  • Antropologicamente devastante: dissolve il concetto stesso di responsabilità individuale

In un'epoca in cui i chip di silicio sono diventati più strategici del petrolio, più pervasivi dell'elettricità, più potenti delle armi tradizionali, la domanda su chi li produce, chi li vende e a chi non è una questione tecnica. È la domanda fondamentale su che tipo di mondo vogliamo costruire.

 

Abstract

NVIDIA Chips and China: When Profits Trump National Security

When Jensen Huang, CEO of NVIDIA, pushes to sell advanced AI chips to China despite national security concerns, the standard defense has become a mantra: "If we don't sell them, Huawei will." This argument sounds pragmatic and realistic, but it's fundamentally flawed—empirically false, morally unacceptable, and strategically myopic.

NVIDIA's H100 and A100 chips aren't ordinary commodities. They're the material infrastructure of artificial intelligence, enabling everything from real-time mass surveillance to autonomous weapons systems. Selling this technology to an authoritarian regime engaged in systemic competition with the West isn't "business as usual"—it's providing a potential adversary with next-generation conflict capabilities.

The timing couldn't be worse. As the G7 meeting in Canada expresses "concern over China's military expansion and growing nuclear arsenal," some of the West's most strategic tech companies are lobbying to sell Beijing the very technologies that will fuel that expansion. AI is no longer a civilian domain—it's military infrastructure, a tool of hybrid warfare, a force multiplier for autonomous weapons systems.

The "if not us, them" argument embodies a theology of inevitability, suggesting technological diffusion is an unstoppable natural law. But China doesn't yet have equivalent alternatives to the most advanced chips, and coordinated Western export restrictions are effectively slowing Beijing's AI programs by years, perhaps decades. The supremacy in advanced semiconductors isn't accidental—it's the result of decades of investment in an ecosystem China cannot easily replicate, especially without access to ASML's EUV lithography machines.

The longtermist ideology dominating Silicon Valley provides perfect moral justification for geopolitical amorality: accelerating AI development for humanity's "cosmic future" makes present geopolitical concerns irrelevant. But this logic completely dissolves individual moral responsibility. The parallel with fentanyl is devastating: Chinese traffickers could use the identical logic to justify exporting precursors that kill tens of thousands of Americans annually. Yet when Huang uses the same reasoning to sell chips that will power totalitarian surveillance and mass repression, it suddenly becomes "economic realism."

The question isn't technical—it's fundamental: what kind of world do we want to build? And to that question, "someone else would do it anyway" isn't an answer. It's a surrender.

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