L'esercito silenzioso dei CISO: siamo tutti reclutati nella guerra digitale che è già iniziata
Di Luigi
Ricci – 19 novembre 2025
C'è un esercito che nessuno vede davvero, che non
indossa uniformi né gradi, ma difende ogni giorno l'infrastruttura invisibile
che regge il Paese. È l'esercito dei CISO, i cybersecurity manager, molti dei
quali riuniti nella CISO Association: professionisti che presidiano l'Italia
digitale senza mai fermarsi, senza clamore, senza tregua.
Li ho ascoltati al Forum sulla Cybersecurity
all'Acquario di Roma organizzato da The Innovation Group. E quello a cui ho
assistito non è stato un semplice evento tecnico. È stato un consiglio di
guerra cyber travestito da convegno. Perché il tono non era quello della
teoria: era quello del fronte.
Quando Europol
e la NATO si siedono allo stesso tavolo
Se tutto questo non fosse bastato a far capire la
gravità del momento, a un certo punto è arrivata la conferma definitiva. Tra i
relatori non c'erano solo manager o tecnici: c'erano rappresentanti
dell'Europol, della Polizia Postale, e persino Andrea Gilli, del programma NATO
Innovation Accelerator DIANA.
Quando in un forum civile si siedono allo stesso
tavolo chi indaga sulle gang ransomware europee, chi gestisce gli attacchi sul
territorio nazionale e chi lavora alla deterrenza tecnologica dell'Alleanza
Atlantica, capisci che il tema non è più aziendale. È geopolitico. È
esistenziale.
Una cosa mi ha colpito più di tutte: lì, nessuno
aveva paura.
Non c'era panico, non c'era allarmismo, non c'era
nemmeno quel tono prudente che spesso accompagna i convegni sulla sicurezza.
Erano persone che vivono immerse nel rischio ogni giorno, figure professionali
ormai embedded nelle infrastrutture del Paese, con un profilo tecnico e
operativo altissimo.
Era evidente che per loro la guerra digitale non
è una possibilità: è un contesto. Non ci vivono "controvoglia": ci
vivono dentro. Sono professionisti formati a ragionare nel caos, a prendere
decisioni rapide, a mantenere sangue freddo mentre i sistemi tremano.
E in questo, paradossalmente, c'era qualcosa di
rassicurante: la prova che, mentre il Paese è esposto a minacce crescenti,
esiste già un'élite tecnica in grado di leggere il pericolo senza farsi
dominare dalla paura, perché la paura è un lusso che in questo campo non ci si
può permettere.
Postura e
resilienza: le parole della guerra invisibile
Ascoltando i relatori, mi ha colpito la
ricorrenza ossessiva di due parole: postura e resilienza. Le citavano tutti,
senza eccezioni. Non come mode linguistiche, ma come elementi strutturali della
difesa moderna.
La postura è l'atteggiamento mentale,
culturale, operativo con cui le organizzazioni affrontano il rischio. Non è un
processo, è un orientamento. Un modo di guardare il mondo sapendo che l'attacco
arriverà, che qualcuno sta già cercando di entrare, che non basta più
proteggere: bisogna essere pronti a reagire, a riorganizzarsi, a rialzarsi.
La resilienza non ha nulla a che vedere
con l'idea romantica di rimettersi in piedi dopo una difficoltà. Qui la
resilienza è un'altra cosa: è la capacità di continuare a funzionare anche
mentre l'attacco è in corso, di non interrompersi mai, di mantenere viva la
linea operativa anche dentro il caos.
Nessuno parlava più di evitare gli attacchi.
Nessuno parlava di invulnerabilità.
Tutti davano per scontato che il colpo arriverà.
E che la differenza sta in quanto velocemente si riesce a rialzarsi, quanto
rapidamente si riesce a isolare il danno, quanto efficacemente si riesce a
evitare l'effetto domino.
Ho capito allora che questa non è più
"cybersecurity": è sopravvivenza organizzativa.
Claude e l'AI
offensiva: quando l'intelligenza diventa arma
Il caso più emblematico discusso è stato quello
di Claude utilizzato da hacker cinesi. E qui serve fermarsi un momento, perché
questo non è un dettaglio tecnico tra i tanti: è il punto di svolta che
ridefinisce tutto. Un'AI come arma. Un
assistente digitale, progettato per aiutare, per scrivere, per ragionare, trasformato
in una piattaforma offensiva.
Fino a ieri, un attacco informatico richiedeva
competenze. Servivano anni di esperienza per scrivere un exploit efficace, per
costruire un phishing credibile, per orchestrare una campagna coordinata. C'era
un limite naturale: il tempo, la manodopera, la capacità tecnica degli
attaccanti.
Oggi quel limite non esiste più.
Oggi un attaccante non ha bisogno di essere un
genio. Non ha bisogno di scrivere a mano il codice, né di costruire phishing
sofisticati. Basta chiedere all'AI. Basta il tempo macchina. Basta l'accesso
giusto.
Claude viene usato per generare malware
polimorfico, individuare vulnerabilità in pochi secondi, creare email di spear
phishing perfette, con tono, stile, contesto giusti, orchestrare attacchi
end-to-end che si adattano in tempo reale alle difese.
La minaccia non scala più con gli attaccanti, ma
con la computazione. La sua forza non cresce con la manodopera, ma
con le GPU.
È un salto di scala che ha cambiato per sempre il
campo di battaglia. Prima avevamo una simmetria: difensori e attaccanti
giocavano con regole simili. Oggi l'AI ha rotto quella simmetria. Un singolo
operatore, con l'AI giusta, può generare migliaia di varianti di attacco
contemporaneamente, testare superfici d'attacco su scala industriale, adattare
le tattiche in tempo reale.
Non è più cybercrime. È cyberwarfare
automatizzata.
E questo è il motivo per cui al Forum nessuno
sorrideva quando si parlava di intelligenza artificiale.
Identità
rubate: la colonia che si muove nella rete
Un altro tema ricorrente è stato quello delle
identità compromesse. Ma anche qui, la percezione comune è completamente
sbagliata.
Impadronirsi di un'identità non significa più
entrare in un account: significa ottenere il permesso di agire dall'interno
come un infiltrato perfetto.
Pensa a cosa accade quando un attaccante ruba le
credenziali di un amministratore di sistema, di un responsabile HR, di un
manager con accesso ai dati finanziari. Non ha violato un perimetro: è
diventato parte del sistema. Si muove con privilegi legittimi, accede a risorse
protette, esfiltra dati senza allarmi, perché per la macchina è un utente
autorizzato.
Un'identità rubata diventa un moltiplicatore. Non
abbiamo un intruso: abbiamo una colonia. Perché quell'identità può crearne
altre, può autorizzare accessi, può distribuire malware mascherato da
aggiornamento legittimo.
È la guerriglia digitale che si diffonde cellula
per cellula, invisibile, paziente, letale.
DDoS e
ransomware: gli assedi del XXI secolo
I DDoS moderni non sono più il traffico sporco
degli script kiddie che mandava giù un sito per qualche ora. Sono assedi
intelligenti che imitano il traffico legittimo, colpiscono API, DNS e CDN
insieme, si adattano alle difese in tempo reale. Sono attacchi progettati per
paralizzare servizi essenziali: banche, ospedali, infrastrutture critiche,
pubblica amministrazione.
I ransomware, invece, hanno imparato la pazienza.
Vivono dentro la rete per settimane, a volte mesi, senza farsi notare.
Studiano, mappano la topologia, identificano i backup, esfiltrano i dati più
sensibili, preparano la morsa. E quando colpiscono, colpiscono tutto: server
primari, backup, sistemi di disaster recovery, processi critici. Non lasciano
vie d'uscita. Non chiedono un riscatto: impongono una resa.
Autostrade e
IoT: quando una galleria diventa un sistema operativo
Il Forum ha poi affrontato un tema potentissimo:
le infrastrutture fisiche che diventano digitali. Tra questi, il caso di
Autostrade è quello che più mi ha colpito.
Oggi una galleria non è più cemento, luci e
ventilazione: è un ecosistema IoT. Un sistema operativo distribuito composto da
sensori di gas e fumo, illuminazione smart, ventilazione automatizzata, sistemi
antincendio controllati da software, telecamere OCR, pannelli a messaggio
variabile, sensori di peso e vibrazioni, pedaggi free-flow.
Ogni sensore è un microprocessore. Ogni
microprocessore è un punto d'accesso. Ogni punto d'accesso è una potenziale
vulnerabilità. Compromettere un solo nodo può significare: alterare la
visibilità in galleria, generare blackout mirati, far partire evacuazioni
false, invertire il flusso dell'aria, bloccare la mobilità di intere regioni,
manipolare i pedaggi.
Quello che sembra un problema tecnico è in realtà
un problema di sovranità. Perché, se qualcuno può spegnere una galleria, può
paralizzare un'autostrada. E se può paralizzare un'autostrada, può bloccare la
logistica, le catene di approvvigionamento, la mobilità del Paese.
La distinzione tra infrastruttura fisica e
digitale non esiste più. E questo significa che anche la distinzione tra
attacco cyber e attacco cinetico sta svanendo.
Le
esercitazioni cyber: non è il momento per fumare una sigaretta
Un punto molto forte dibattuto nel forum è stato
quello sulle esercitazioni di resilienza.
Non assomigliano alle vecchie prove antincendio, quelle in cui ci si
mette in fila, si chiacchiera e qualcuno va a fumare.
Un'esercitazione cyber è un test reale che
coinvolge tutti: IT, operations, amministrazione, comunicazione, legale, HR,
fornitori, management. Perché un attacco può partire da qualunque punto della
value chain: da una mail, da un fornitore, da un sensore IoT, da un errore
umano.
E quando parte, non colpisce solo i server.
Colpisce i ricavi, la reputazione, la continuità operativa, la compliance
normativa, le relazioni con i clienti, la tenuta psicologica dei team.
Le esercitazioni servono proprio a questo: capire
se l'organizzazione è in grado di reagire come sistema, non come somma di
reparti isolati. Se c'è un protocollo chiaro, se i canali di comunicazione
funzionano sotto stress, se il management sa prendere decisioni rapide con
informazioni incomplete.
Perché nella guerra digitale, come in ogni
guerra, non vince chi ha la tecnologia migliore. Vince chi riesce a mantenere
la coesione operativa nel caos.
Servono
truppe: la guerra senza esercito
E accanto al mantra di postura e resilienza, ce
n'era un altro, quasi rassegnato ma lucidissimo: non ci sono abbastanza
persone. Non c'è un numero sufficiente di professionisti preparati a gestire
una guerra che non si combatte con i fucili, ma con protocolli, identità
digitali, analisi forensi, threat intelligence, AI difensive e offensive.
È paradossale: siamo nel mezzo di una guerra
invisibile, ma manca l'esercito.
Le università italiane producono ogni anno
migliaia di laureati in informatica, ma solo una frazione minima è formata
specificamente sulla cybersecurity. Mancano percorsi strutturati negli istituti
tecnici, mancano programmi di riqualificazione per i professionisti IT già
attivi, manca una cultura diffusa che veda la sicurezza digitale non come una
specializzazione di nicchia, ma come una competenza fondamentale.
Eppure, proprio per questo, la situazione
rappresenta anche un'enorme opportunità.
È il momento di indirizzare davvero la
formazione: negli istituti tecnici, nelle università, nei poli di ricerca, dove
la cybersecurity deve smettere di essere una materia per appassionati e
diventare una disciplina centrale, al pari dell'ingegneria, della medicina,
dell'economia.
Sommando tutti i segnali, la conclusione è
inequivocabile: non siamo alla vigilia di una guerra digitale, ci siamo dentro.
Al Forum sulla Cybersecurity ho visto la prima
linea di questa guerra. Ho visto persone lucide, determinate, senza paura. Ho
visto professionisti che sanno esattamente cosa stanno affrontando e lo fanno
con una competenza che lascia senza fiato.
Abstract
The Silent
Army of CISOs: We Are All Drafted in the Digital War That Has Already Begun
At the Cybersecurity Forum in Rome, organized by
The Innovation Group, I witnessed not a technical conference but a cyber war
council. When Europol, national police forces, and NATO's DIANA program sit at
the same table with corporate security managers, the subject matter transcends
business concerns—it becomes geopolitical and existential.
Italy's digital infrastructure is defended daily
by an invisible army: the CISOs and cybersecurity professionals who operate
without fanfare or recognition. What struck me most was their complete absence
of fear—not because they underestimate the threat, but because fear is a luxury
this field cannot afford. These are professionals embedded in critical
infrastructure, trained to function under chaos, maintaining operational
continuity even during active attacks.
The forum revealed how AI has fundamentally
altered the battlefield. The weaponization of systems like Claude by Chinese
hackers represents a paradigm shift: threats no longer scale with attackers but
with computational power. A single operator with the right AI can generate
thousands of attack variants simultaneously, breaking the symmetry that once
existed between offense and defense.
Modern attacks have evolved beyond cybercrime
into strategic sabotage. Ransomware operations study networks for months before
striking everything simultaneously—servers, backups, disaster recovery systems.
DDoS attacks now mimic legitimate traffic while targeting APIs, DNS, and CDN
infrastructure. Compromised identities become colonies spreading through
systems with legitimate privileges.
Physical infrastructure has become digital. A
highway tunnel is now an IoT ecosystem where compromising a single sensor can
trigger false evacuations, manipulate tolls, or paralyze regional mobility. The
distinction between physical and cyber attacks is dissolving.
The paradox: we are in an invisible war, but lack
the army to fight it. Italy needs massive investment in cybersecurity
education—not as a niche specialization but as a fundamental discipline.
Without competencies, no technology can save us.
The digital war is not coming. It is already
here. And there are no civilians anymore.