Telecom Italia - cronaca di una distruzione annunciata
Come abbiamo consegnato un unicorno
infrastrutturale da 60 miliardi al mercato, per recuperarlo a 12
Di Luigi Ricci – 17
dicembre 2025
Il 12 dicembre 2025, Poste Italiane ha comunicato
l'acquisizione dell'ultima quota residuale di Vivendi in Telecom Italia: 2,51%
del capitale ordinario, 384 milioni di azioni. Con questa operazione, Poste
sale al 27,32% del capitale ordinario di TIM.
Non è una semplice transazione. È l'ultimo tassello di un
mosaico lungo trent'anni. È il momento in cui lo Stato italiano riacquista il
controllo di un'infrastruttura che aveva privatizzato nel 1997 incassando 11,8
miliardi di euro, e che oggi vale un decimo di allora.
Tra queste due date c'è la storia di come l'Italia abbia
trasformato un monopolio naturale strategico in un campo di battaglia
finanziaria. E di come, alla fine, abbia dovuto recuperare ciò che non avrebbe
mai dovuto perdere.
Questa non è la storia di un fallimento aziendale. È la
storia di un fallimento istituzionale.
L'unicorno che non sapevamo di avere
Telecom Italia era un unicorno prima che il termine
esistesse.
Nel 1997, quando lo Stato la mise sul mercato, Telecom
rappresentava un caso quasi unico in Europa:
- Integrazione
verticale completa: rete fissa nazionale + leadership
mobile (TIM)
- Centro
di ricerca avanzato: il CSELT, eccellenza europea
nelle telecomunicazioni
- Flussi
di cassa stabili da monopolio naturale regolato
- Debito
contenuto e struttura patrimoniale solida
- Barriere
all'ingresso altissime su un'infrastruttura critica
In termini attuali: una piattaforma infrastrutturale
completa, con rendita regolata e valore strategico sistemico per lo Stato.
Capitalizzazione implicita alla
privatizzazione: ~60-65 miliardi di euro
Capitalizzazione oggi (dicembre 2025): ~11-12 miliardi
La privatizzazione del 1997 non mise sul mercato una
semplice società quotata.
Mise sul mercato un'infrastruttura critica senza protezioni.
Primo errore: privatizzare senza difese
Governo Romano Prodi (1996-1998)
Ministro del Tesoro: Carlo Azeglio Ciampi
La privatizzazione STET-Telecom Italia viene concepita
come operazione di finanza pubblica, non come riorganizzazione strategica di un
asset infrastrutturale.
Tre caratteristiche tecniche decisive:
- Assenza
di un azionista stabile di riferimento → proprietà
polverizzata, nessun nucleo industriale
- Assenza
di una golden share sostanziale → nessuna protezione
preventiva
- Assenza
di limiti alla leva finanziaria in caso di OPA
→ la porta aperta al leverage
Lo Stato incassa 11,8 miliardi. Telecom esce dal
perimetro pubblico completamente esposta. In Francia, nello stesso periodo, lo
Stato mantiene una partecipazione qualificata in France Télécom. In Germania,
il Governo federale costruisce un azionariato stabile attorno a Deutsche
Telekom. In Italia, si sceglie la dispersione totale. Non è una svista tecnica.
È una scelta politica: trattare un'infrastruttura critica come un asset
finanziario qualsiasi.
Secondo errore: permettere l'OPA a leva di
Olivetti
Governo Massimo D'Alema (1998-2000)
Ministro del Tesoro: Carlo Azeglio Ciampi
Nel febbraio 1999, Olivetti lancia un'OPA ostile su
Telecom Italia.
Olivetti è una società molto più piccola, fortemente
indebitata, l'operazione è un leveraged buyout in piena regola:
acquisire l'ex monopolista caricandolo di debito.
Debito netto Telecom pre-OPA: contenuto e
sostenibile
Debito netto post-OPA: oltre 60 miliardi di euro
L'effetto è permanente:
- Il
debito diventa il vincolo principale della strategia aziendale
- La
priorità passa dal Capex al servizio del debito
- La
capacità di investimento infrastrutturale viene compressa per
vent'anni
Il Governo non interviene. Né sul piano regolatorio, né
su quello proprietario. L’unicorno viene catturato attraverso la finanza,
mentre lo Stato osserva. Anni dopo, si dirà che a Palazzo Chigi non sedeva un
decisore politico, ma una merchant bank.
Il confronto europeo che non vogliamo fare
Nello stesso periodo:
- Deutsche
Telekom (Germania): il Governo federale mantiene una
partecipazione diretta e costruisce un azionariato stabile. Gli
investimenti in rete proseguono senza interruzioni.
- France
Télécom (Francia): lo Stato mantiene controllo
indiretto e interviene attivamente nella governance. La trasformazione in
Orange avviene sotto regia pubblica.
- BT
(Regno Unito): privatizzata già negli anni '80, ma
con un quadro regolatorio robusto e senza mai subire OPA ostili a leva.
In Italia: un ex monopolista
infrastrutturale viene consegnato a un LBO senza precedenti in Europa.
Terzo errore: consolidare il debito senza
correttivi
Governi D'Alema e Amato (1999-2001)
Ministri del Tesoro: Giuliano Amato, Vincenzo Visco
Questa fase è tecnicamente cruciale, ma politicamente
invisibile. È il momento in cui il debito dell'OPA viene consolidato nella
struttura di Telecom. Il debito di Olivetti diventa debito di Telecom.
Nessuna misura correttiva. Nessun intervento di
riequilibrio. Nessuna riflessione sul rapporto tra finanza e infrastruttura. Lo
Stato è formalmente uscito dal capitale, ma resta pienamente responsabile
del contesto regolatorio. Non esercita alcuna funzione di indirizzo
industriale. Sceglie l'inerzia.
Quarto errore: trattare Telecom come un asset
privato
Governo Berlusconi II (2001-2006)
Ministro dell'Economia: Giulio Tremonti
Nel 2001 la holding Olimpia (Pirelli-Benetton) acquisisce
il controllo. La gestione Tronchetti Provera punta a una stabilizzazione
finanziaria, ma non introduce alcun disegno industriale di lungo periodo.
La rete resta integrata, ma sotto-investita. Non
si avvia alcuna riflessione strutturale sulla separazione infrastrutturale.
Telecom viene trattata come un grande asset privato gestito da una famiglia
industriale, non come infrastruttura nazionale.
Prezzo azione (2003-2005): 3-4 euro
Capitalizzazione: 40-50 miliardi
Il valore non crolla, ma non recupera più i massimi. La
società entra in una fase di decrescita controllata. Gli investimenti in
rete vengono compressi dalla pressione sul debito.
Quinto errore: permettere l'ingresso di un
concorrente diretto
Governo Prodi II (2006-2008)
Ministro dell'Economia: Tommaso Padoa-Schioppa
Nel 2007 nasce Telco, holding di controllo che
include:
- Telefonica
(operatore spagnolo, concorrente diretto nel mobile)
- Generali
- Mediobanca
- Intesa
Sanpaolo
L'ingresso di Telefonica introduce un'anomalia
tecnica rilevante: un concorrente diretto entra nel capitale dell'ex
monopolista italiano.
Il Governo non interviene. La governance diventa
complessa, difensiva, priva di una direzione industriale autonoma. Telecom
viene governata da un patto di sindacato instabile, con interessi divergenti.
Prezzo azione (2007-2013): 0,7-1,3 euro
Capitalizzazione: 15-25 miliardi
Qui avviene la rottura strutturale: il mercato
smette di prezzare Telecom come infrastruttura e inizia a valutarla come
operatore maturo in declino.
Sesto errore: introdurre la golden power
quando è troppo tardi
Governo Monti (2011-2013)
Ministro dell'Economia: Vittorio Grilli
Con il Governo Monti viene introdotta la golden power:
uno strumento per tutelare asset strategici da acquisizioni ostili o cessioni a
soggetti extra-UE.
È una misura corretta. Ma arriva con quindici anni di
ritardo.
Non viene utilizzata per correggere le anomalie
proprietarie di Telecom. Non viene utilizzata per ristrutturare la governance.
Non viene utilizzata per imporre un piano industriale di lungo periodo.
La golden power resta uno strumento reattivo, non
preventivo. Serve a bloccare le operazioni più gravi, non a costruire una
strategia.
Settimo errore: lasciare che Vivendi entri
senza controllo
Governi Renzi e Gentiloni (2014-2017)
Ministro dell'Economia: Pier Carlo Padoan
Tra il 2014 e il 2017, Vivendi entra
progressivamente nel capitale di Telecom fino a superare il 20%. Il
riconoscimento dell'influenza dominante da parte di AGCOM avviene solo
nel 2017.
Nel frattempo, la governance diventa conflittuale e
instabile. Vivendi è un gruppo media francese con interessi diretti nel
broadcasting italiano (Mediaset). La sua presenza in Telecom introduce un
ulteriore strato di complessità.
Prezzo azione: ~1,0 euro
Capitalizzazione: ~15 miliardi
Il valore resta depresso. L'ingresso di Vivendi non
genera alcun rerating. Aumenta il rischio percepito dal mercato.
Ottavo errore: permettere la guerra
Elliott-Vivendi
Governo Conte I (2018)
Ministro dell'Economia: Giovanni Tria
Nel 2018 il fondo Elliott conquista il board di
Telecom, poi lo perde. L'azienda entra in una fase di paralisi strategica
totale:
- Piani
industriali discontinui
- Rinvio
sistematico degli investimenti sulla fibra
- Aumento
esponenziale del rischio percepito
- Governance
in stato di guerra permanente
Prezzo azione (2018-2020): 0,35-0,70 euro
Capitalizzazione: 7-12 miliardi
In questa fase il mercato prezza il caos, non gli
asset. Telecom è ormai percepita come una scatola vuota in mano a fondi e
azionisti in conflitto permanente.
Nono passo: il ritorno dello Stato su un
asset devastato
Governi Conte II, Draghi, Meloni (2019-2025)
Ministri dell'Economia: Gualtieri, Franco, Giorgetti
Dal 2019 Cassa Depositi e Prestiti diventa secondo
azionista. Tra il 2023 e il 2025 il MEF entra direttamente nel capitale.
Viene completata l'operazione NetCo con KKR: la rete viene separata da
TIM e messa sotto controllo pubblico qualificato.
La logica è tecnica e difensiva:
- Isolamento
dell'infrastruttura critica
- Riduzione
del debito residuo
- Garanzia
di controllo pubblico sulla rete
Ma il ritorno dello Stato avviene su un asset
già profondamente svalutato.
Il costo reale: cosa abbiamo perso
In termini finanziari
1997 (privatizzazione)
- Valore
implicito: ~60-65 miliardi di euro
- Debito:
contenuto e sostenibile
- Struttura:
integrata, monopolio naturale con rendita
2025 (rientro pubblico)
- Capitalizzazione
TIM: ~12-13 miliardi
- Valore
NetCo (rete): separato, ceduto a veicolo pubblico-privato
- Debito:
ancora in riduzione post-separazione
Perdita netta di valore azionario: oltre il
90% in termini reali
Se si considera che:
- L'azienda
ha pagato dividendi nei primi 15 anni (distribuendo cassa invece di
investire)
- Ha
distrutto capitale tramite debito e dismissioni forzate
- Ha
compresso gli investimenti in rete per vent'anni
Il bilancio complessivo è fortemente negativo per
lo Stato-azionista originario, per i risparmiatori retail che hanno creduto
nell'operazione, e per il sistema-Paese.
In termini industriali: Cosa avremmo potuto
avere oggi (scenario controfattuale):
Se Telecom fosse stata gestita come Deutsche Telekom o
France Télécom:
- Leadership
europea nella fibra: oggi l'Italia è in ritardo di
10-15 anni sulla copertura FTTH rispetto a Spagna, Francia, Germania
- Capacità
di investimento autonoma: invece di dipendere
da KKR per la rete
- Presenza
competitiva nei mercati internazionali: Telecom aveva
filiali in Sud America, Europa dell'Est, Mediterraneo, tutte vendute per
ripagare il debito
- Centro
di ricerca avanzato: il CSELT è stato smantellato, la
R&D compressa
Costo-opportunità: incalcolabile.
Non stiamo parlando solo di valore azionario perduto.
Stiamo parlando di capacità tecnologica, autonomia strategica, competitività
sistemica.
Vivendi esce. Poste entra. Lo Stato torna.
Il 12 dicembre 2025, con l'acquisizione dell'ultima quota
residuale da Vivendi, Poste Italiane sale al 27,32% del capitale
ordinario di TIM.
Poste è controllata dal MEF al 29,26% e da CDP al 35%. In
altri termini: lo Stato controlla indirettamente una quota rilevante di TIM.
Insieme a CDP (che già detiene una partecipazione diretta), il controllo
pubblico su TIM è oggi sostanziale.
Vivendi esce dopo 11 anni di presenza
conflittuale, senza aver mai costruito alcun valore industriale. Lo Stato
rientra dopo 28 anni, su un asset che vale un decimo di quando è uscito.
Questa non è una vittoria. È un salvataggio.
Le domande che restano
1. Chi ha guadagnato?
- Olivetti/Colaninno:
hanno estratto valore tramite l'OPA a leva, poi sono usciti
- Pirelli/Tronchetti
Provera: hanno gestito la stabilizzazione, poi
sono usciti
- Telefonica:
ha ottenuto influenza su un concorrente, poi è uscita
- Vivendi:
ha tentato di costruire un impero media-telecom, non ci è riuscita, è
uscita
- Elliott
e altri fondi: hanno speculato sulla governance,
estratto commissioni, sono usciti
Chi ha perso?
- Lo
Stato italiano
- I
risparmiatori retail
- Il
sistema-Paese in termini di autonomia infrastrutturale
2. Il problema Taleb: chi sbaglia non paga
mai
Come scrive Nassim Nicholas Taleb: nei sistemi dove non
c'è skin in the game, chi prende decisioni disastrose non ne subisce mai
le conseguenze. Ed i protagonisti di questa campagna disastrosa sono stati promossi,
e ancora oggi i sopravvissuti continuano a strombazzare la loro competenza.
Nessuno di questi ha mai pagato un prezzo
politico, reputazionale o professionale per Telecom.
Anzi. Tutti hanno costruito carriere di successo. Tutti
sono citati come competenti. Tutti siedono ancora in CdA, fondazioni, think
tank, istituzioni. Alcuni scrivono editoriali dove spiegano agli altri cosa
bisognerebbe fare.
Questo è il cuore del problema italiano:
l'assenza totale di accountability.
Non esiste un meccanismo che colleghi le decisioni
strategiche alle loro conseguenze di lungo periodo. Chi privatizza male viene
promosso. Chi non interviene viene celebrato. Chi lascia saccheggiare un asset
strategico diventa presidente di una banca sistemica.
Il sistema premia la sopravvivenza, non la
competenza. E i sopravviventi raccontano sempre la stessa storia: "era
inevitabile", "il contesto europeo", "le pressioni del
mercato".
Non era inevitabile. Era evitabilissimo.
Francia e Germania lo hanno evitato. Il Regno Unito lo ha
evitato. Paesi con vincoli europei identici, pressioni di mercato identiche,
contesto identico.
La differenza è una sola: lì chi sbaglia paga. Qui chi
sbaglia fa carriera.
3. Era evitabile?
Sì. Completamente.
Bastava:
- Mantenere
un azionista stabile di riferimento (come Francia e
Germania)
- Introdurre
limiti alla leva in caso di OPA (come il Regno Unito
per asset strategici)
- Applicare
la golden power in modo preventivo, non reattivo
- Separare
la rete prima, non dopo vent'anni di
sotto-investimento
Ogni fase di questa storia ha avuto un responsabile
istituzionale. Non esistono vuoti decisionali. Ogni Governo, ogni Ministro
dell'Economia ha scelto – consapevolmente o per inerzia – di non intervenire.
3. Stiamo ripetendo l'errore?
Oggi l'Italia ha ancora asset infrastrutturali critici
esposti:
- SNAM
(rete gas)
- Terna
(rete elettrica)
- Poste
Italiane (logistica e pagamenti)
- Cassa Depositi e Prestiti (snodo finanziario e industriale dello
Stato)
- Leonardo
(difesa e aerospazio)
Anche CDP, paradossalmente, non è immune: la
presenza di partnership e canali di co-investimento con soggetti legati
all’ecosistema finanziario e industriale cinese introduce un fattore di
ambiguità strategica che meriterebbe maggiore trasparenza e dibattito pubblico.
Telecom Italia
– Chronicle of a foretold destruction
How Italy handed a €60 billion infrastructure
unicorn to the market and recovered it at €12 billion
By Luigi Ricci – December 17, 2025
On December 12, 2025, Poste Italiane announced
the acquisition of Vivendi’s last residual stake in Telecom Italia: 2.51% of
ordinary share capital, corresponding to 384 million shares. With this
transaction, Poste rises to 27.32% of TIM’s ordinary capital.
This is not a simple transaction. It is the final
piece of a mosaic thirty years in the making. It is the moment when the Italian
state regains control of an infrastructure it privatized in 1997 for €11.8
billion, and which today is worth one tenth of that value.
Between those two dates lies the story of how
Italy transformed a strategic natural monopoly into a financial battlefield —
and how, in the end, it was forced to recover what it should never have
relinquished.
This is not the story of a corporate failure.
It is the story of an institutional failure.
The Unicorn we
didn’t know we had
Telecom Italia was a unicorn before the term existed.
In 1997, when the state put it on the market,
Telecom represented an almost unique case in Europe:
- Full vertical integration: national fixed network + mobile leadership
(TIM)
- Advanced research center: CSELT, a European telecom excellence
- Stable cash flows from a regulated natural monopoly
- Contained debt and solid balance sheet
- Extremely high entry barriers on critical infrastructure
In today’s terms: a complete infrastructure
platform with regulated rents and systemic strategic value for the state.
Implicit market capitalization at privatization:
~€60–65 billion
Market capitalization today (December 2025): ~€12–13 billion
The 1997 privatization did not sell an ordinary
listed company.
It sold a critical infrastructure without safeguards.
First mistake:
Privatizing without defenses
Government: Romano Prodi (1996–1998)
Treasury Minister: Carlo Azeglio Ciampi