Quando l’opera dell’uomo diventa sacra, e quando diventa colpa

 


Di Luigi Ricci – 29 dicembre 2025 

Il miracolo al pronto soccorso e la teologia della competenza


Questo articolo non parla della sanità italiana come sistema, né della cronaca giudiziaria.

Parla della presenza o dell’assenza dell’uomo dentro la competenza. E di come, nella stessa settimana, questa differenza abbia prodotto due esiti opposti.

PALERMO / CAMPOBASSO. Due pronto soccorso italiani. Due esiti opposti. La stessa settimana.

Il miracolo attraverso la competenza

A Palermo, tutto avviene dentro il perimetro della scienza. Nessuna apparizione, nessuna sospensione delle leggi naturali. Mani che comprimono il torace per minuti interminabili. Protocolli applicati senza deviazioni. Macchine che sostengono la vita mentre il corpo non può farlo. Competenze che si incastrano senza errore, in una coreografia silenziosa dove ogni gesto conta.

L’ECMO non è un simbolo religioso: è un dispositivo ingegneristico estremo, una sospensione artificiale del tempo biologico. Ed è proprio qui che accade qualcosa di decisivo.

La tecnica non fallisce. Funziona. Funziona al massimo della propria possibilità. Funziona oltre ogni ragionevole aspettativa prognostica. Ed è per questo, non nonostante questo, che l’esito assume una qualità diversa.

Quando tutto ciò che è umanamente possibile è stato fatto, quando l’uomo non delega ma assume fino in fondo la responsabilità dell’azione, e il risultato eccede comunque il calcolo statistico, l’evento smette di essere soltanto riuscito. Diventa eccedente.

È in questa eccedenza che nasce la sacralità. Il miracolo, qui, non è Dio contro la scienza. È Dio attraverso la scienza portata al suo limite. Non la sospensione della tecnica, ma il suo compimento fino al punto in cui il linguaggio clinico non basta più.

La colpa attraverso l’abbandono

A Campobasso, tutto avviene fuori dal perimetro della responsabilità.

Non sappiamo ancora i dettagli clinici. Ma sappiamo questo: due persone tornano due volte. E due volte vengono mandate via. Non c’è tecnologia mancante. Non c’è competenza assente. C’è sottrazione di attenzione. C’è delega dell’ascolto. C’è rinuncia prima ancora di provare.

Questo non è il contrario del miracolo. È il suo esatto rovescio.

Se a Palermo la competenza viene abitata fino al limite estremo, a Campobasso viene evasa prima ancora di entrare in campo. Non è fallimento tecnico: è abbandono etico.

E l’abbandono non produce solo morte. Produce colpa. Responsabilità penale, certo. Ma anche qualcosa di più profondo: la negazione della dignità dell’altro attraverso la sottrazione della cura.

Competenza abitata, competenza delegata

La vera frattura non è tra scienza e sacro. È tra competenza abitata e competenza delegata.

A Palermo, ogni protocollo viene eseguito. Ogni minuto conta. Ogni gesto è presente. La competenza è incarnata, diventa corpo, tempo, relazione. E quando questo accade al massimo grado, l’esito eccede il calcolo. Diventa miracolo non contro la scienza, ma attraverso la scienza portata al suo vertice.

A Campobasso, ogni protocollo viene eluso. Ogni segnale ignorato. Ogni appello respinto. La competenza è sottratta, diventa assenza, negazione, vuoto. E quando questo accade, l’esito non è solo tragico. È colpevole.

Il paradosso della modernità è questo: se Dio opera attraverso la competenza massima dell’uomo, allora la via non è la delega, ma l’assunzione piena della responsabilità. Il primario che pronuncia la parola “miracolo” non rinuncia alla scienza. Riconosce che la scienza, quando opera al proprio limite, produce eventi che eccedono il calcolo.

Ma il medico che manda via chi chiede aiuto non rinuncia solo alla scienza. Rinuncia all’umano.

Due facce della stessa medaglia

In un’epoca che oppone fede e tecnica come se fossero nemici, questi due episodi mostrano qualcosa di più radicale: il sacro e il colpevole non dipendono dalla presenza o assenza di Dio, ma dalla presenza o assenza dell’uomo.

A Palermo, l’uomo c’è. Tutto. Fino in fondo. E l’esito trasborda il calcolo.

A Campobasso, l’uomo non c’è. Si sottrae. E l’esito è morte evitabile.

Forse è questo il punto più alto, e più basso, della modernità: scoprire che il sacro non scompare con il progresso, ma si sposta. Non abita l’eccezione contro la scienza, ma l’istante in cui la scienza, portata al suo massimo, restituisce la vita e lascia l’uomo senza parole adeguate.

E scoprire che la colpa non è nel fallimento tecnico, ma nell’assenza etica. Nella competenza che si ritrae invece di abitare.

Il miracolo è competenza portata al limite. La colpa è competenza negata prima del limite.

Due pronto soccorso. Due esiti opposti. La stessa domanda: dove sei stato?

English version

When human action becomes sacred, and when it becomes guilt

By Luigi Ricci, December 29, 2025
The miracle in the emergency room and the theology of competence

This article is not about the Italian healthcare system as such, nor about judicial chronicle.
It is about the presence or the absence of the human being within competence.
And about how, in the same week, this difference produced two opposite outcomes.

PALERMO / CAMPOBASSO. Two Italian emergency rooms. Two opposite outcomes. The same week.

In Palermo, a 19-year-old girl arrives at the emergency room in cardiac arrest caused by fulminant myocarditis. Dozens of minutes of cardiopulmonary resuscitation. ECMO, the most advanced technology currently available. Twenty days in intensive care. Then awakening: intact, no neurological deficits, no permanent damage. A statistically improbable outcome, clinically extraordinary. The hospital’s medical director, Domenico Cipolla, uses the word “miracle.”

In Campobasso, a 16-year-old girl and her mother arrive at the emergency room with symptoms of food poisoning. They are sent home. Twice. The girl dies on Saturday evening. The mother is admitted to intensive care on Sunday morning. Five doctors are under investigation.

The same institution: the hospital.
The same function: saving lives.
Two opposite outcomes.

It is not a matter of available technology.
It is not a matter of resources.
It is a matter of how competence is inhabited, or evaded.

The miracle through competence

In Palermo, everything takes place within the boundaries of science. No apparitions. No suspension of natural laws. Hands compressing the chest for interminable minutes. Protocols applied without deviation. Machines sustaining life while the body cannot. Competences fitting together without error, in a silent choreography where every gesture matters.

ECMO is not a religious symbol: it is an extreme engineering device, an artificial suspension of biological time.

And it is precisely here that something decisive occurs.

Technology does not fail. It works. It works at the maximum of its potential. It works beyond any reasonable prognostic expectation. And it is for this reason, not despite it, that the outcome acquires a different quality.

When everything that is humanly possible has been done, when human beings do not delegate but fully assume responsibility for action, and the result nonetheless exceeds statistical calculation, the event ceases to be merely successful. It becomes excessive.

It is in this excess that sacredness is born.

Here, the miracle is not God against science. It is God through science pushed to its limit. Not the suspension of technique, but its fulfillment to the point where clinical language is no longer sufficient.

Guilt through abandonment

In Campobasso, everything takes place outside the perimeter of responsibility.

We do not yet know all the clinical details. But we do know this: two people return twice. And twice they are sent away. There is no missing technology. There is no lack of competence. There is a subtraction of attention. A delegation of listening. A renunciation before even trying.

This is not the opposite of the miracle. It is its exact inversion.

If in Palermo competence is inhabited up to its extreme limit, in Campobasso it is evaded before even entering the field. This is not technical failure: it is ethical abandonment.

And abandonment does not produce only death. It produces guilt. Criminal liability, certainly. But also something deeper: the denial of the dignity of the other through the withdrawal of care.

Inhabited competence, delegated competence

The true fracture is not between science and the sacred.
It is between inhabited competence and delegated competence.

In Palermo, every protocol is executed. Every minute matters. Every gesture is present. Competence is embodied; it becomes body, time, relationship. And when this happens at the highest degree, the outcome exceeds calculation. It becomes a miracle not against science, but through science brought to its summit.

In Campobasso, every protocol is bypassed. Every signal ignored. Every appeal rejected. Competence is withdrawn; it becomes absence, negation, void. And when this happens, the outcome is not only tragic. It is culpable.

The paradox of modernity is this: if God operates through the maximum competence of human beings, then the path is not delegation, but the full assumption of responsibility. The chief physician who pronounces the word “miracle” does not renounce science. He recognizes that science, when operating at its limit, produces events that exceed calculation.

But the healthcare professional who sends away those asking for help does not renounce science alone. He renounces the human.

Two sides of the same coin

In an age that opposes faith and technology as if they were enemies, these two episodes show something more radical: the sacred and the culpable do not depend on the presence or absence of God, but on the presence or absence of the human being.

In Palermo, the human is there. Fully. Completely. And the outcome overflows calculation.

In Campobasso, the human is not there. He withdraws. And the outcome is avoidable death.

Perhaps this is the highest, and lowest, point of modernity: discovering that the sacred does not disappear with progress, but moves. It does not dwell in exception against science, but in the moment when science, pushed to its maximum, restores life and leaves human beings without adequate words.

And discovering that guilt does not lie in technical failure, but in ethical absence, in competence that retreats instead of being inhabited.

The miracle is competence brought to the limit. Guilt is competence denied before the limit.

Two emergency rooms. Two opposite outcomes. The same question: where were you?

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